Disability Pride - L'orgoglio del Piede

Il 2 ottobre del 1991, ventinove anni fa, faceva caldo a Roma ed io ricordo perfettamente un piede.

Erano passate da poco le 20 ed ero steso bocconi sull’asfalto. In bocca il sapore del sangue.

Ci sono persone che hanno incontrato la propria disabilità fin dalla nascita o dall’infanzia, altre in vecchiaia o dopo una lunga malattia, a me è toccato a ventiquattro anni in un luogo preciso: l’uscita 17 del Grande Raccordo Anulare, disteso con indosso il casco integrale da cui riuscivo a vedere solo un piede.

Era un bel piede, delicato e sottile, cinto da un sandalo di cuoio, con una giovane voce femminile che con tono preoccupato e incerto cercava di farmi coraggio.

“Stai tranquillo – mi diceva – hanno chiamato l’ambulanza. Arriva subito. Andrà tutto bene. Hai male?”

Era così carino e premuroso che mi venne spontaneo cercare di rincuorarlo. “No, non mi fa troppo male – mentii – non preoccuparti!”

Non ho mai visto il volto di quella ragazza, solo il suo piede, ma le sono ancora grato.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quella sera, una vita intera.

Ricordo ii primi mesi intensi e crudeli in cui si palesava l’ineluttabilità della mia condizione: In sedia a rotelle per sempre, salvo un miracolo cui io non ho mai creduto.

Ricordo la consapevolezza che mano a mano si faceva strada in me riflessa nello sguardo dei miei amici, della mia ragazza di allora, dei miei cari.

Tante le domande mute, inespresse agli altri e spesso anche a me: Davvero non tornerò ad essere quel ragazzo con la schiena intatta che si approcciava spavaldo al mondo?

Che significa “per sempre”?

E, soprattutto, nel buio intermittente delle notti in ospedale, cominciava a formularsene una chiara e spietata: E’ degna questa vita di essere vissuta?

Il tempo però scorre sordo ai quesiti esistenziali e ti pone nuove sfide, battaglie, amicizie e legami. Di nuovo incontri uno sguardo innamorato che avevi ormai creduto perduto.

Di nuovo le risate e i pianti, tutti e due preziosi. Dentro di te cerchi (come prima?) quelle energie per affrontare la vita, diventi consapevole che le lotte che devi necessariamente fare per determinarti come persona non sono solo tue ma condivise da tanti, tantissimi altri e un giorno scopri, quasi d’improvviso, che quella domanda spietata a cui cerchi ancora di dare risposta se la pongono tutti o, almeno dovrebbero farlo, prima o poi.

Se avessi la macchina del tempo non esiterei un attimo a tornare a quella sera di ottobre e, con la mia sedia a rotelle, mi metterei davanti la moto del giovane Daniele per impedirgli di arrivare a quell’appuntamento con il duro asfalto.

Se ci riuscissi io non esisterei più. Ognuno di noi è la somma delle esperienze che fa ed io, a cominciare da quel piede di cui serbo ricordo geloso e affezionato, insieme a tante altre, ne vado fiero.

Sono la mia essenza, fanno di me la persona che sono (o che spero di essere), così generosa da poter rinunciare a se stesso per salvare quel ragazzo in moto.

Solo, spero che nella sua vita con la schiena intatta, anche lui possa fare esperienze e incontri tali che gli permettano di porsi ogni tanto la stessa domanda: E’ degna la mia vita di essere vissuta?

Se non lo facesse il mio sacrificio sarebbe sprecato.

Questo è il mio orgoglio, questo per me significa Pride. Fiero delle mie esperienze, tutte!

Fiero di ciò che sono determinato ad essere: una persona con la schiena rotta ma integra.

Ci provo ogni giorno, lo devo… a quel piede innanzitutto.

Il 2 ottobre del 1991, ventinove anni fa, faceva caldo a Roma ed io ricordo perfettamente un piede.

Erano passate da poco le 20 ed ero steso bocconi sull’asfalto. In bocca il sapore del sangue.

Ci sono persone che hanno incontrato la propria disabilità fin dalla nascita o dall’infanzia, altre in vecchiaia o dopo una lunga malattia, a me è toccato a ventiquattro anni in un luogo preciso: l’uscita 17 del Grande Raccordo Anulare, disteso con indosso il casco integrale da cui riuscivo a vedere solo un piede.

Era un bel piede, delicato e sottile, cinto da un sandalo di cuoio, con una giovane voce femminile che con tono preoccupato e incerto cercava di farmi coraggio.

primo piano di un piede di donna che indossa un sandalo estivo di cuoio marrone. Il colore e il taglio della luce del sole che colpisce il piede lascia presagire che la foto sia stata scattata al tramonto.)

“Stai tranquillo – mi diceva – hanno chiamato l’ambulanza. Arriva subito. Andrà tutto bene. Hai male?”

Era così carino e premuroso che mi venne spontaneo cercare di rincuorarlo. “No, non mi fa troppo male – mentii – non preoccuparti!”

Non ho mai visto il volto di quella ragazza, solo il suo piede, ma le sono ancora grato.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quella sera, una vita intera.

Ricordo ii primi mesi intensi e crudeli in cui si palesava l’ineluttabilità della mia condizione: In sedia a rotelle per sempre, salvo un miracolo cui io non ho mai creduto.

Ricordo la consapevolezza che mano a mano si faceva strada in me riflessa nello sguardo dei miei amici, della mia ragazza di allora, dei miei cari.

Tante le domande mute, inespresse agli altri e spesso anche a me: Davvero non tornerò ad essere quel ragazzo con la schiena intatta che si approcciava spavaldo al mondo?

Che significa “per sempre”?

E, soprattutto, nel buio intermittente delle notti in ospedale, cominciava a formularsene una chiara e spietata: E’ degna questa vita di essere vissuta?

Il tempo però scorre sordo ai quesiti esistenziali e ti pone nuove sfide, battaglie, amicizie e legami. Di nuovo incontri uno sguardo innamorato che avevi ormai creduto perduto.

Di nuovo le risate e i pianti, tutti e due preziosi. Dentro di te cerchi (come prima?) quelle energie per affrontare la vita, diventi consapevole che le lotte che devi necessariamente fare per determinarti come persona non sono solo tue ma condivise da tanti, tantissimi altri e un giorno scopri, quasi d’improvviso, che quella domanda spietata a cui cerchi ancora di dare risposta se la pongono tutti o, almeno dovrebbero farlo, prima o poi.

Se avessi la macchina del tempo non esiterei un attimo a tornare a quella sera di ottobre e, con la mia sedia a rotelle, mi metterei davanti la moto del giovane Daniele per impedirgli di arrivare a quell’appuntamento con il duro asfalto.

Se ci riuscissi io non esisterei più. Ognuno di noi è la somma delle esperienze che fa ed io, a cominciare da quel piede di cui serbo ricordo geloso e affezionato, insieme a tante altre, ne vado fiero.

Sono la mia essenza, fanno di me la persona che sono (o che spero di essere), così generosa da poter rinunciare a se stesso per salvare quel ragazzo in moto.

Solo, spero che nella sua vita con la schiena intatta, anche lui possa fare esperienze e incontri tali che gli permettano di porsi ogni tanto la stessa domanda: E’ degna la mia vita di essere vissuta?

Se non lo facesse il mio sacrificio sarebbe sprecato.

Questo è il mio orgoglio, questo per me significa Pride. Fiero delle mie esperienze, tutte!

Fiero di ciò che sono determinato ad essere: una persona con la schiena rotta ma integra.

Ci provo ogni giorno, lo devo… a quel piede innanzitutto.