Il dito nell'occhio: perchè pride? pride perché?

Alla vigilia della nuova edizione del Disability Pride, che quest’anno si svolgerà televisivamente in sostituzione della tradizionale parata, proverò, con la massima umiltà, a dare una personalissima interpretazione al significato dell’evento e all’importanza che ricopre.

Pride vuol dire orgoglio, nell’accezione più comune. Sentimento non criticabile della propria dignità, giustificata fierezza ovvero giusta e legittima concezione di sé.

Per troppi anni la disabilità è stata raccontata da chi la disabilità non la vive. Oggetto di una narrazione che con troppa leggerezza passava dal compatimento all’assistenzialismo. È stato poi il momento della soggettivazione esasperata e la palla è passata ai protagonisti al grido di “nulla su di noi senza di noi”. I toni sono diventati epici, leggendari oppure tragici e catastrofici.

Oramai siamo assuefatti all’immagine stereotipica della persona disabile emancipata ed eroica, alla quale, però, fa drammaticamente riscontro una realtà, in cui inclusione, integrazione ed educazione al rispetto del diverso fanno ancora molta, anzi troppa fatica ad aprirsi un varco.

L’errore, forse, risiede proprio in questa distinzione: non esiste una visione esterna della disabilità, come non è vero che sia materia di unica comprensione di chi la disabilità la vive. Occorrerebbe fare uno sforzo, per mantenersi al confine, soffermarsi al limite della condizione e riuscire ad avere una percezione d’insieme in cui oggettibile e soggettibile siano ponderati ed equilibrati. Solo in questo modo si riuscirebbe a capire che non esiste un’unica narrazione della disabilità! Si comprenderebbe che ogni singola persona disabile è un mondo, una vita a sé. In poche, pochissime parole è diversa, perché la disabilità, come la presunta normalità, sono sinonimi di diversità e la diversità rappresenta la ricchezza dell’esistente: quell’orgoglio, quel sentimento non criticabile della propria dignità, quella giustificata fierezza ovvero quella giusta e legittima concezione di sé.

Condannati dalle teorie sulla speciazione a dividere gli esseri umani in binomi, bianco e nero, uomo e donna, normale e disabile, in cui il secondo elemento della coppia ha quasi sempre valenza negativa, quando non di inferiorità, facciamo fatica a riconoscere la diversità come un valore, non agevolati sicuramente da una cultura in cui tutto ciò che non rientra nei canoni, viene visto come errore o pericolo, anche solo se sentimentale. Con troppa disinvoltura dimentichiamo che l’evoluzione è il frutto di generazione di diversità da parte della natura, che se vogliamo potremmo definire errori o sbagli. Ognuno di noi, si rassegni, è il prodotto di milioni di anni di errori, sia chi rivendica l’orgoglio di poter gridare al mondo la propria diversità nel corso del Disability Pride, sia chi ha la convinzione di far parte dell’altra faccia della luna, quella dei presunti normali.

Non c’è nulla di più normale che essere diverso!

E allora in questo oceano di diversità, è giusto e comprensibile che ci sia chi vive la propria esistenza nel modo che ritiene opportuno. C’è chi è fiero delle proprie conquiste; c’è chi chiede aiuto per la propria disperazione; c’è chi rivendica il diritto di essere più considerato; c’è chi organizza situazioni di socialità; c’è chi decide di lottare; c’è chi sceglie di arrendersi e c’è chi desidera vivere nella più totale riservatezza. E anche i modi in cui tutto questo viene interpretato sono diversi: c’è chi diventa un campione, c’è chi rimane indietro, c’è chi lotta nelle aule giudiziarie, c’è chi resta in disparte, c’è chi marcia e, soprattutto, c’è chi vince e c’è chi perde.

Tutto questo è il Disability Pride. Un inno alla diversità! Una manifestazione che grida e festeggia, lotta e gioisce, chiede e da in cambio. Voce unica di milioni di universi distinti e distanti, che trovano un senso solo nella convivenza inclusiva e nel rispetto reciproco.

Perché, in fondo, solo quando tutti saremo realmente coscenti di essere diversi, potremmo finalmente dire di essere normali!

Daniele Renda – “Il bambino selvaggio”